«Siccome gli aeroporti sono un biglietto da visita del paese, penso potremmo studiare un meccanismo di museo itinerante negli aeroporti; se si aspettano un po’ i bagagli, facciamo vedere qualche opera». Così ha detto Mario Valducci, presidente della Commissione Trasporti della Camera durante un convegno sui sistemi di smistamento dei bagagli.
La proposta è quella di creare musei negli aeroporti italiani, per valorizzare le tante opere attualmente abbandonate negli scantinati dei musei e che potranno essere posizionate negli spazi aeroportuali e così essere apprezzati dai milioni di turisti che giungono nel nostro Paese.
Il presidente Valducci dovrà naturalmente ascoltare il parere di Sandro Bondi, ministro dei Beni Culturali.
In questo modo gli aeroporti italiani, che stanno attraversando un periodo non facile, prenderebbero visibilità in Europa e nel mondo, creando un nuovo modello culturale.

Il dibattito pubblico avviato da Sandro Bondi che in questi giorni si sta sviluppando sulle pagine di questo quotidiano, che voglio ringraziare, è un modo per ritornare, se pur in forma scritta, tra la nostra gente.

I partiti che pur rischiano l’estinzione definitiva dalla nostra società, rappresentano l’istituzione fondamentale della vita democratica di un Paese ed è per questo che ritengo particolarmente importante questo dibattito. Il PDL è il frutto di un percorso politico fortemente voluto da Silvio Berlusconi, iniziato nel novembre del ’93 con la sua favore di Gianfranco Fini in cui lo preferiva come Sindaco di Roma, proseguito con la grande manifestazione di piazza del 2 dicembre 2006 e completata con il primo congresso nazionale del 28 marzo 2009. Io sono figlio di questo percorso politico, come molti altri nostri ministri, parlamentari, consiglieri regionali e amministratori locali. Prima del ’94 non avevo mai partecipato a nessuna attività politica seppure, vivendo nella Milano degli anni ’70, non erano certo mancate le opportunità   durante le occupazioni del liceo che frequentavo.

La mia storia, che proviene da esperienze di manager in aziende private, mi porta ad essere molto chiaro e genuino e questo può sembrare talvolta segno di ruvidità ed asprezza, ma sempre nella volontà di far crescere il Pdl nel migliore dei modi. Fino ad oggi ha prevalso la volontà di sottolineare le diverse storie del passato ed i vecchi schemi organizzativi, le correnti, anziché definire insieme come declinare sul territorio il nuovo progetto politico. Questo approccio tende ad escludere nelle scelte dei candidati coloro che appartengono come me alla “Silvio Generation”. Spesso la scusa della mancanza di candidati è figlia di questo approccio. Abbiamo molti giovani che dopo due mandati da sindaco hanno la capacità e l’esperienza per   fare il salto di qualità ma non sono rappresentati da uno degli ex che oggi guidano le operazioni di comando all’interno del Popolo della Libertà. Non posso accettare che la generazione della politica italiana nata in questi sedici anni venga cancellata senza fare una battaglia affinché ciò non accada.

Il Popolo della Libertà è  stato voluto da Silvio Berlusconi e dai cittadini addirittura dando loro la possibilità di sceglierne il nome attraverso la modalità dei gazebo e di internet. Questa deve essere la stella polare che guida ogni nostra azione: stare tra la gente per capirne gli umori, le aspettative, i problemi, spiegare loro le azioni che stiamo svolgendo in tutti i livelli di governo (da quello nazionale a quello comunale); tutto questo fuori dalle campagne elettorali. Attraverso queste azioni   dobbiamo capire la passione dei nostri dirigenti; la politica si distingue da un’azienda perché se non si ha una spinta ideale si rischia di scivolare sia sul piano etico che sulla realizzazione del nostro progetto politico. Ecco perché dobbiamo riscoprire la militanza che dovrebbe essere uno degli elementi in base al quale valutare l’operato del nostro personale politico.

Il Popolo della Libertà non può fare propri i modelli organizzativi   dei partiti del ‘900 quando il muro di Berlino rappresentava materialmente e metaforicamente l’impossibilità che i nostri cittadini lo scavalcassero votando una volta PCI ed un’altra volta DC o uno dei partiti laici come il PSI, il PRI, il PLI o il PSDI. Il nostro movimento politico invece deve essere una casa con porte e finestre sempre aperte, ma non a parole come fino ad oggi è accaduto. Chi pensa che ci sia l’interesse dei cittadini a eleggere il coordinatore di questo comune o di quella provincia, si sbaglia. È interesse solo della classe dirigente avere questi riferimenti all’interno del partito. Questo è sicuramente un esercizio democratico necessario ma non sufficiente a creare un movimento politico aperto.

Se è vero che Silvio Berlusconi e i cittadini ci hanno indicato il bipolarismo ed il Popolo della Libertà, perché non li coinvolgiamo nella scelta dei candidati sindaci, governatori o di una quota minoritaria dei consiglieri comunali, regionali e dei parlamentari? Il punto è: quali cittadini? A mio avviso quelli che, come avviene negli Stati Uniti d’America, si registrano gratuitamente al   movimento politico sottoscrivendo la nostra carta dei valori ed il programma delle azioni che intendiamo svolgere.

Da circa un anno parlo con questa generazione, la “Silvio generation”, per creare una rete che insieme agli amici di AN e agli altri movimenti confluiti nel PDL, possa incarnare la grande speranza degli italiani di costruire un grande movimento che rappresenti più del 50% dei cittadini.

Mario Valducci

Responsabile Vicario Pdl Enti Locali

Co-Fondatore Forza Italia

Anteprima dell'intervista de "Il Corriere delle comunicazioni" che verrà pubblicata sul prossimo numero del quindicinale

Il presidente della Commissione Trasporti della Camera, Mario Valducci non ha dubbi sull’importanza dell’infrastruttura Tlc di Telecom Italia.

Presidente cosa ne pensa dell'ipotesi di fusione Telecom-Telefonica?
"La situazione di Telecom non è delle più facili. Inutile nasconderlo. Ma è necessario che si trovi un accordo che non penalizzi l’azienda italiana e soprattutto l’infrastruttura italiana. La domanda che dobbiamo porci è: quanto sono disponibili a investire gli spagnoli sull’infrastruttura? Da quando Telefonica è diventata il socio di maggioranza di Telecom Italia, non si sono visti investimenti. E scarsi sono stati gli interventi anche riguardo alla manutenzione ordinaria della rete. E ciò deve farci riflettere. Una cosa è certa: realizzare una nuova rete non è pensabile. La duplicazione dell’infrastruttura costerebbe fra i 40 e i 50 miliardi di euro. La banda larga è strategica per il Paese, indipendentemente dall’attuale domanda di mercato.

Quale potrebbe essere la soluzione?
La società delle reti è sicuramente una soluzione: Telecom Italia potrebbe parteciparvi con una quota del 51% portando in dote la propria infrastruttura. Di fatto è l’obiettivo del modello Open Access: il protocollo prevede, a regime, l’accesso alla rete da parte di Telecom a pari condizioni rispetto ai concorrenti.

L’italianità della rete va garantita?
Il governo sta ragionando sul da farsi, ma l’importanza della rete è innegabile. Telefonica dice di essere interessata al mercato italiano. Anche senza la proprietà della rete può fare il suo business, operando sul fronte dei servizi. In un modo o in un altro, la situazione va comunque sbloccata.

Intervista de "Il Riformista" del 3 Febbraio 2010

Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera sostiene da un anno e mezzo lo scorporo della rete telefonica da Telecom Italia. Sullo scorporo che punti alla costituzione di una newco sul modello Terna, cioè una società con capitale misto pubblico- privato che gestisca e sviluppi l'infrastruttura tlc.

Lo scorso anno proprio Valducci e Pierluigi Borghini organizzarono un incontro tra l'allora Forza Italia e l'establishment industriale delle tlc in cui emerse una linea pro-scorporo. La settimana scorsa il vertice si è ripetuto. E nel dibattito organizzato da Valducci e Borghini - a cui hanno partecipato oltre al ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, e il suo vice con delega alle comunicazioni, Paolo Romani, anche Bernabè - lo scorporo è riemerso.
Oggi Valducci, anche alla luce delle indiscrezioni sulla fusione Telecom-Telefonica, spiega al Riformista la sua posizione. Dice: «Nel breve, a livello societario non accadrà nulla. Comunque il ruolo di Telecom nel mondo delle tlc è quello di incumbent. Per ora si discute. Penso che per Telecom debba essere definita una vera strategia industriale: è un' azienda in gravi difficoltà di natura finanziaria ed economica».

E quindi cosa può fare la politica?

Telecom ha un piano industriale di dismissione di migliaia di dipendenti, ha 37 miliardi di debiti, nell'attivo di bilancio dell'azienda ci sono immobilizzazioni immateriali per valori molto alti e Telecom sta su un mercato, soprattutto quello della telefonia fissa, che è fortemente il ascesa. Quindi,  nonostante il grande vantaggio competitivo che gli è dato dall'essere proprietaria delle reti, Telecom sta riscontando tante, troppe difficoltà e la politica industriale dell'azienda non punta a investire nelle infrastrutture, anzi proprio sulla rete gli investimenti sono molto ridotti, addirittura il calo è stato riscontrato nella manutenzione ordinaria. Così, in un Paese come il nostro che ha un forte interesse a modernizzare le infrastrutture e che punta ad avere una rete di telecomunicazioni all'avanguardia, questa cosa preoccupa la politica.

Lei parla di strategie e la scorsa settimana avete organizzato un convegno in cui il tema principale è stato proprio quello del futuro della rete. Che decisioni avete preso?

Ovviamente penso che le decisioni su Telecom devono essere assunte dagli azionisti della società. Ma la politica italiana vuole una rete moderna e se gli spagnoli di Telefonica sono interessati a investire ingenti risorse finanziarie nel fare questa rete moderna, benissimo. Ma qualora non lo siano, allora è ovvio che la rete dovrà avere u futuro diverso dalla società.

Il famoso scorporo sul modello Terna...

Ritengo che nel tempo la rete prenderà ira strada diversa dalla società: Telecom sarà una cosa, la rete un'altra. Sì, credo a una società della rete sul modello Tema con il 25 per cento in mano allo Stato e il 75 per cento al mercato. E in questo spazio possano entrare tutti, anche cinesi e spagnoli.

Una società della rete con dentro Telecom?

Questo dipende dagli azionisti Telecom. Certo l'azienda può prendere una quota di rilievo, ma può essere anche socio di minoranza o addirittura uscire. Il ruolo che spetta alla politica è quello di dire che così non si può andare avanti, vogliamo una rete moderna.

Gli azionisti italiani vogliono mantenere l'italianità della rete ed essendo i soci italiani di Telecom tutti istituti bancari penso che vorranno ridurre il livello di indebitamento. Penso che questi siano gli obiettivi, poi se questo vale oggi con Geronzi al timone di Mediobanca, varrà pure domani se mai ci sarà mi altro presidente.

Ci sono stati incontri tra Governo e Telefonica?

Un anno fa i vertici di Telefonica hanno incontrato i ministri italiani, da allora non mi sembra ci siano stati altri incontri. Ma penso che la discussione debba farsi tra Govemo e azionisti Telecom. E Comunque se mai dovesse arrivare Telefonica non credo che la scelta rientri in una logica di scambi e di rapporti italo-spagnoli.